La scorsa settimana, attraversando il paese, una voce familiare è arrivata dal fondo della strada:
«Si affilano coltelli, si riparano ombrelli…»
È la voce dell’arrotino. Un suono che sembra appartenere a un’altra epoca e che, proprio per questo, riesce ancora a fermare il tempo per qualche secondo. Un richiamo che parla di gesti lenti, di mani esperte, di oggetti che non vengono scartati al primo guasto, ma rimessi in equilibrio.
Qualche tempo fa, sui social, mi era apparso un articolo de La Stampa che raccontava la storia di Carlo Suino, titolare dell’Ombrellificio Torinese: una bottega aperta nel 1934 e oggi alla quinta generazione. Un laboratorio piccolo, fatto di scaffali colmi di stoffe e manici di legno, dove da novant’anni gli ombrelli vengono aggiustati come fossero creature fragili.
Carlo racconta che ogni ombrello ha un suono diverso quando si apre, e che capire dove si è spezzato richiede più ascolto che forza. È un sapere che si tramanda, che vive nella pazienza di chi ha imparato dal padre e dal nonno. Un sapere che, come molti altri, rischia di scomparire.
In poco più di dieci anni, in Italia, sono spariti quasi quattrocentomila artigiani. Con loro non abbiamo perso solo posti di lavoro, ma interi alfabeti di gesti, linguaggi silenziosi, competenze che non stanno nei manuali ma nelle mani.
Eppure viviamo in un Paese che ama definirsi virtuoso sul fronte ambientale. Siamo tra i primi in Europa per raccolta differenziata: oltre il 66% dei rifiuti urbani viene separato correttamente, più del 75% degli imballaggi viene riciclato. Numeri importanti, che raccontano un impegno reale.
Ma c’è una domanda che resta sullo sfondo: che tipo di sostenibilità stiamo costruendo?
Abbiamo imparato a separare tutto per colore e materiale, ma molto meno a riparare. Abbiamo trasformato la sostenibilità in una competenza di smaltimento, non di cura.
Ogni anno, nel mondo, vengono buttati via più di un miliardo e mezzo di ombrelli. Se li ammucchiassimo tutti, formerebbero una montagna alta come un palazzo di quaranta piani: una collina di nylon, ferri e tessuti che un tempo proteggevano dalla pioggia e oggi si accumulano sotto i nostri piedi.
È un’immagine insieme grottesca e reale, che racconta un paradosso più grande: la cultura del riciclo senza una cultura della riparazione.
Che si tratti di ombrelli o di elettrodomestici, ci ripetiamo che spesso “conviene” buttare piuttosto che sistemare. E forse, nel breve periodo, è vero. Ma il costo che non vediamo è quello del gesto che scompare: il gesto dell’aggiustare, che richiede tempo, pazienza, attenzione, fiducia nel risultato.
Questo vale per gli oggetti, ma può valere anche per molto altro. Per le relazioni, per i progetti educativi, per le comunità, persino per i luoghi che abitiamo. In un tempo che premia la sostituzione rapida, la riparazione diventa un atto controcorrente, quasi educativo.
Per EduCA, parlare di sostenibilità significa anche questo: educare alla cura prima ancora che al riciclo. Allenare uno sguardo capace di riconoscere ciò che può ancora durare, ciò che merita attenzione, ciò che non va semplicemente eliminato ma accompagnato.
Forse la vera sostenibilità non sta solo nel gestire ciò che resta, ma nel prendersi responsabilmente cura di ciò che abbiamo già.
Mirko Rottoli







